Gnosis Architettura

concorsi e gare
2005

Se è vero che la concezione basilare dell'architettura è data dal binomio interno-esterno, nel caso dell'opera da realizzare nello spazio sottostante la Certosa di S. Martino, esso assume, oltre la valenza concettuale, numerose altre. La prima è quella rispondente alla legge universale per cui lo spazio interno è il «significato» dell'architettura, la ragion d'essere per cui si costruisce.
La seconda è suggerita da una condizione quasi paradossale: nel punto più alto, bello e panoramico di Napoli, si vuole costruire un centro di ristoro, riposo ed incontro in uno spazio, benché ampio, chiuso e buio di un ipogeo. Il contrasto è tanto più marcato in quanto ad un esterno tutto in luce corrisponde un interno tutto in ombra, tanto poche sono le aperture sullo struggente paesaggio.
Una terza valenza del binomio in parola è data da un esterno tutto da contemplare, aereo, lontano e inagibile - tant' è che un motto popolare recita «prendere un polpo a mare da Sant'Elmo» significando il colmo dell'irraggiungibile - e da un interno tutto affidato alle attività delle persone nei loro diversi ruoli; in altre parole: un esterno solo da guardare e un interno solo da operare. Si aggiunga che, nel caso in parola l'interno non aveva una specifica destinazione d'uso essendo, come s'è detto, soltanto un'opera di sostegno della sovrastante fabbrica.

Viceversa, dal momento in cui oggi si intende dare a questo ipogeo una funzione pubblica, è necessario eclissare quest’antica caratteristica e trasformare ciò che era soltanto rispondente alla componente della firmitas in ciò che rappresenta ed esprime l'utililitas e la venustas , per citare la famosa triade vitruviana. L'elenco delle diversità dei due luoghi del binomio potrebbe continuare, ma c'è già quanto basta per spiegare l'idea ispiratrice del progetto.
Questa consiste nell'intento di riportare il massimo della visibilità esterna - vale a dire l'intero scenario del golfo dagli estremi occidentali ed orientali, dai campi Flegrei alle isole, dal Vesuvio a Capodimonte- nel buio invaso dell'ipogeo di San Martino. L'effetto desiderato non è tanto quello di aprire su un paesaggio, così come avviene dalle aperture della Certosa e delle varie terrazze sottostanti, bensì quello di portare tale paesaggio all'interno di un ampio e profondo spazio ipogeo. Pertanto non è l'osservatore che guarda, ma l'intero scenario paesistico che lo avvolge, gli crea un ambiente tutto natura in un invaso architettonico di artificio. Né si tratta di un parziale rispecchiamento parietale, ma, con le tecniche che vedremo, di un totale ribaltamento di tutto l'esterno nello spazio interno.
Che ci troviamo in presenza di un'operazione prettamente architettonico-spaziale e non di un lavoro scenografico è dimostrato da due considerazioni.
La prima riguarda il citato effetto totalizzante - non c'è, infatti, un punto di stazione, una platea donde si ammira un'immagine o una serie di immagini, ma di un ambiente completamente trasformato sia pure solo visivamente. Né tanto meno si tratta di un trompe-l'oeil, di un effetto immotivato; infatti, nella pavimentazione lignea è riportata una serie di raggi luminosi che collegano il punto di riferimento reale del paesaggio con la sua proiezione sulle pareti.

I precedenti non mancano. Sin dalle case di Pompei era costume affrescare gli interni delle ville con rappresentazioni paesistiche esterne e questo gusto viene ripreso in età manierista e barocca; ricordiamo in particolare la Villa Farnesina di Baldassarre Peruzzi in cui le pareti del salone principale erano completamente tradotte in una visuale paesistica. Tuttavia si tratta sempre di una scena di natura vista da una casa e non, come ripetiamo, nel caso di San Martino, della prima che penetra nella seconda.

E' ben vero che la nostra idea progettuale non sarebbe stata concepibile senza le potenzialità della neo-tecnologia. Rimandando alla parte più tecnica della presente relazione, qui basti dire che le trasformazioni dei vecchi muri dell'ipogeo in scene paesistiche sono state ottenute con diverse applicazioni conformative. La prima consiste grosso modo in due macchine telescopiche, rispettivamente con andamento sud-nord ed est-ovest, che proiettano le immagini in punti definiti.
La seconda invece è costituita da una serie di telecamere installate all'esterno verso il panorama, le quali, tramite un'altra serie di proiettori riportano le immagini in tempo reale all'interno sulle lunghe pareti, non con una visione puntuale ma continua. Abbiamo accennato al tempo reale in quanto ai dispositivi suddetti verrà abbinato un sistema computerizzato che memorizza le immagini della giornata riproponendole di sera quando il paesaggio è avvolto nel buio. Cosicché di notte, nonché integrare la luminosità delle sale, verrà riproposto quanto è accaduto durante il giorno: mutamenti atmosferici, attività portuali, passaggio di navi e di barche.

Completa il dispositivo ottico percettivo, il pozzo di luce, ricavato nei cortili sovrastanti gli ambienti del ristorante, con un piccolo foro, dal quale viene filtrato un raggio luminoso che costituisce lo "gnomone" indicante la stagione e l'ora di una sottostante meridiana.

Esito: Progetto II classificato per il Museo di San Martino
Anno: 2005
Località: Napoli
Descrizione: Realizzazione spazi di ristoro in tre Musei Napoletani San Martino, Capodimonte, Castel Sant’Elmo

PROGETTO ARCHITETTONICO
Capogruppo: Marco Dezzi Bardeschi
Architetti: Gnosis Architettura, Marzia Dezzi Bardeschi

IMPIANTI ELETTRICI
Ing. D. Trisciuoglio

IMPIANTI MECCANICI
In
g. F. Capuano

OPERE STRUTTURALI
Ing. A. De Luca

CONSULENTI
Architetti:
Alessandro Castagnaro, Renato De Fusco