Gnosis Architettura

concorsi e gare
2003

Nel nostro progetto, caratterizzato dalla distinzione ma non dalla separatezza quindi, dalla coesistenza delle singole parti,(un'altra dicotomia di quelle sopra elencate), abbiamo unito il tempio classico alla eredità della chiesa barocca, assegnando rispettivamente al primo la funzione di una navata unica dedicata ai fedeli e alla seconda lo spazio presbiteriale. Detta differenza risponde ad un altro binomio-chiave, ovvero la doppia destinazione d'uso del monumento archeologica e liturgica.
Prima di procedere oltre, è necessaria qualche considerazione particolare sull'invaso dell'intero organismo. E’ stato notato che l'unità costitutiva minima dell'archittetura - un'arte che trova il suo specifico nell'interna spazialità - è data in ogni tempo e paese dal binomio invaso-involucro. Il primo termine, equivalente ad una stanza, una sala, un ambiente chiuso, ecc. denota appunto lo spazio interno, ovvero la ragion d'essere per cui al riparo dalla natura o da altre offese l'uomo ha costruito. L'involucro, a sua volta, è tutto quanto racchiude, protegge e conforma lo spazio suddetto. Evidentemente tra i due fattori della cellula-base dell'architettura esiste un rapporto dialettico: non si dà l'uno senza l'altro fino al punto che, se spostiamo anche di poco una parte dell'involucro - un muro che racchiude, poniamo, un invaso cubico a pianta quadrata, esso diventa di forma parallelepipeda. L'interno dell'invaso, nelle architettura più nobili, al fine di attingere proporzioni e bellezza, è stato conformato secondo rapporti armonici. Come osserva Wittkower , che studia questi temi riferendosi soprattutto ai principali trattatisti rinascimentali, scrive «Palladio fornisce norme generali circa le proporzioni dell'altezza degli ambienti rispetto alla lunghezza e alla larghezza, vale a dire circa il rapporto tra le tre dimensioni che definiscono la forma di un ambiente» per poi aggiunger poco più oltre: «Le forme delle stanze raccomandate da Palladio mostrano che egli segue qui le tracce dei suoi predecessori: anche l'Alberti e il Serlio stesero consimili elenchi di forme consigliate per gli ambienti interni». Impegnandosi nel dibattuto problema del proporzionamento degli ambienti, Palladio parte dallo schema simmetrico, tipico delle sue case, passa al dimensionamento della pianta delle stanze, che prescrive di sette tipi, per giungere a definire la loro altezza, quella terza dimensione cioè che, in funzione delle altre due, risulta il legame fra le parti dell'invaso architettonico. Assai più esplicito nel riferirsi allo spazio interno è Palladio in un «frammento», omesso ne I quattro libri forse per semplificazione didascalica, in cui dichiara «manifesto potersi ritrovare tre mezzi, geometrico, aritmetico et armonico; e questi ne serviranno a far l'altezza dei volti ne i luoghi più longhi che larghi, che riescano bene e convengano alle longhezze e larghezze loro».

E veniamo all'interpretazione dell'invaso e dell’involucro del Rione Terra propri del nostro tempo. Nella sua edizione dell'età augustea, esso rientrava nella tipologia del pseudoperiptero, vale a dire di una cella, non circondata a distanza da una fila di colonne, come nel caso del tipo periptero, ma avente le colonne internate nei muri perimetrali. La cella di Pozzuoli aveva una pianta quadrata ed era anticipata da un pronao con colonne le quali, benchè allineate alle altre, per complessivo numero di nove per lato, risultavano libere dai muri dell'intercolunnio. Ad un primo sguardo, risulta chiaramente come cella e colonne, costituiscano il principale rapporto fra invaso ed involucro. Tuttavia, quel pronao, mentre delimita un altro invaso, quello del pronao stesso, presenta come involucro non la chiusura continua di colonne internate, ovvero con l'intrecolonnio murato, bensì con un intrecolunnio libero.
Interpretiamo questa diversità dell'involucro della cella e di quello del pronao, prima considerando l'originaria struttura del tempio romano e successivamente la conformazione di esso dal nostro caso. Quanto all'involucro dell'invaso-cella, esso presenta - data la continuità delle colonne fra loro murate - una faccia interna ed una esterna. Diversamente l'involucro che chiude l'invaso-pronao presenta un rapporto di internità/esternità più complesso. Infatti, il passaggio fra interno ed esterno non richiede necessariamente un essere dentro o fuori. Lo spazio dell'intercolunnio e la sezione circolare delle colonne consentono sempre da qualunque posizione ci si ponga di percepire nettamente, l'interno e l'esterno dello spazio architettonico. Non é da escludere che fra i tanti e ben noti accorgimenti proporzionali e ottico-percettivi trovati in età classica, vi sia stata anche l'intuizione dell'estrema «trasparenza» quasi da vetro, pluridirezionalità e polivalenza esterna/interna generata dall'iterazione dell'elemento colonna. Cosicché possiamo dire, che colonnato significa al tempo stesso apertura e chiusura delimitazione ed invito, parte dell'invaso e parte dell'involucro.

Relativamente all'invaso-cella, esso ci è pervenuto senza il lato dell'involucro che lo divideva dal pronao e con il lato opposto in cui era praticata un'ampia apertura per stabilire una unità tra il tempio e la chiesa barocca. Tale impianto murario è stato da noi conservato; maggiore è stato il nostro intervento sull'ex pronao. Planimetricamente , preceduto dall'originario volume d'ingresso della cattedrale barocca, lasciato ora allo stato di rudere come una sorta di nartece, privo anche della copertura, lo spazio dell'antico pronao è stato annesso alla navata unica della chiesa che ha acquistato maggiore lunghezza, mentre i colonnati laterali sono stati chiusi con elementi in cristallo strutturale. La parete frontale del pronao, un tempo esastila, successivamente mutilata di quattro colonne, è stata anch'essa chiusa da analoghi elementi di cristallo. In particolare, dalla originaria base circolare si elevano due lastre; l'una occupante in pianta il diametro di tale base e l'altra perpendicolare alla prima sulle quali, a ricordo delle antiche colonne sono state serigrafate le sagome di quest'ultime. Cosicché ritornando alla descrizione dello stato originario, quella trasparente proprietà del colonnato che consentiva una percezione interna ed esterna è stata confermata dall'uso degli elementi vetrati che riescono sia pure virtualmente a ricostruire l'importante elemento delle quattro colonne frontali andate perdute.
Nel trasformare il tempio in navata di chiesa e nel ridurre al solo presbiterio la gran parte del rudere barocco, è stato necessario raccordare il piano della fabbrica classica al livello di quella moderna. Tale raccordo, comportando in buona parte l'elevazione del pavimento, è motivata altresì dal fatto che al di sotto del tempio augusteo sopravvivono i resti del podio dell'edificio di età repubblicana, identificato con il capitolium della colonia romana del 194 a.C. Pertanto, da un lato si ottiene la valorizzazione e la più adeguata fruizione del Capitolium, dall’altro viene dato maggiore spazio al percorso archeologico sottostante. Peraltro, l'innalzamento del piano rispetto alla quota del precedente restauro curato da Ezio De Felice, fa sì che l'invaso interno del tempio riacquisti la sua originaria conformazione spaziale. Di questa va ancora descritta la copertura. A quella realizzata nel precedente restauro, consistente in un tetto a doppia falda sostenuto da capriate metalliche, è stato applicato un intradosso piano cassettonato che restituisce l'originaria soffittatura e con esso l'intera volumetria dello spazio interno. Nei riquadri del
suddetto cassettonato, a memento del periodo barocco, è prevista la rappresentazione a trompe-l’oil della grande copertura voltata.
Benchè, come s'è detto, il nostro progetto, miri alla massima unificazione del tempio pagano con la chiesa barocca, sia all'esterno della fabbrica, sia soprattutto nel suo invaso interno, permane una soluzione di continuità, peraltro voluta a contrassegnare la stratificazione avvenuta nel monumento. Se la sala capitolare, che assume ora anche la funzione di sacrestia, risulta aggregata a quello che è diventato un unico invaso, all'interno di questo, percettivamente la citata soluzione di continuità si rende palese e caratterizzante il nuovo intervento. Infatti, mentre lo spazio del tempio è ammodernato dall'inclusione dell'antico pronao, dagli intercolumni vitrei, dal piano inclinato che raccorda la navata al presbiterio, la parte barocca dell'opera, corrispondente a quest'ultimo, con i suoi archi, le volte, le unghie per la luce,e la plastica minore, persino i dipinti originali superstiti che saranno inseriti nei riquadri praticati nel muro, risulta la meno modificata dal nostro intervento, volendo, ripetiamo, trovare una unità funzionale pur nella conservazione della diversità conformativa. Sempre di ordine percettivo un ruolo notevole sarà quello giocato dalla teoria delle panche fisse in legno, quasi un incresparsi del pavimento inclinato realizzato nello stesso materiale. Questa massa lignea, notevole effetto di colore, unificante a sua volta i materiali classici del tempio con i muri articolati del presbiterio barocco, a sua volta emerge (o meglio per cosi dire si immerge) da un pavimento di marmo che la fiancheggia a formare corsie e che la precede per una superficie pari all'antico pronao e che è posto a quota dell’antico e originario pavimento templare.
E’ stato ancora osservato che nell'età barocca non sempre riscontriamo una puntuale corrispondenza tra l'interno e l'esterno, cosi come si verifica per le fabbriche rinascimentali ; tal che notavamo una tendenza del gusto barocco ad interessare anche lo spazio urbanistico: emblematico esempio la sistemazione che Pietro da Cortona realizza per S. Maria della Pace a Roma. All'opposto, quale caso più tipico di un'architettura atopica, vale a dire indifferente al luogo, - sia esso l'acropoli di Atene o la spiaggia di Paestum- è il tempio greco-romano?
Nell'opera in esame, questa nostra concezione resta confermata. La cattedrale di San Procolo tende a sposarsi con l'agglomerato edilizio circostante, mentre il tempio antico, con la sua eccezionalità tende comunque idealmente a conservare il suo carattere atopico. Il nostro progetto mantiene detta diversità. E' ben vero che un unico grande invaso è racchiuso da un unico grande involucro, ma quest'ultimo conserva per così dire delle preziose aggiunte. E' il caso della ex sacrestia che, lontana dal presbiterio, cambia destinazione d'uso: al suo interno si prevede una scala per raggiungere i sottostanti percorsi archeologici ricchi di reperti e che al tempo stesso può divenire spazio per collocare reperti museali liturgici. Pertanto è proprio l’antica sacrestia che assume il ruolo di elemento di congiunzione tra gli spazi liturgici e quelli archeologici e, quindi ancora una volta presente la dicotomia distinzione e separatezza. E' ancora il caso della grande cappella fanzaghiana coperta da una cupola maiolicata, che diventa nel nuovo progetto il battistero con al centro la fonte battesimale. Detta cappella è l'unica residua di tutta una serie che fiancheggiava i lati del tempio già demolite nel precedente restauro.
Nella nuova conformazione si è tentato di realizzare, per così dire, un segno forte che va individuato nel tentativo di isolare l'intero organismo descritto dalle costruzioni circostanti, così da far prevalere “l'atopia” del monumento più antico. Tuttavia il segno forte va meglio individuato nella conformazione stessa dell'organismo rinnovato. Tra due costruzioni barocche protettive, quella che precede l'ingresso e quella che chiude l'edificio con il presbiterio e la sala capitolare , tra queste due costruzioni forti e murarie, di notevole spessore, è compresa la parte più delicata , fragile ed antica, quella del tempio romano racchiusa come in uno scrigno dalla preziosa cornice.
La scelta sulla opportunità del campanile è stata dibattuta ed anche la collocazione dello stesso, poi la volontà di avere un elemento di congiunzione ideale tra la cattedrale e la città “viva”, nonché la volontà di recuperare tre delle campane in bronzo del campanile eretto nel 1633 e poi demolito nel 1968, hanno orientato la collocazione del campanile su un volume ospitante la scala di collegamento nella parte absidale adiacente la sala capitolare parte che affaccia verso la vallata e la città. In questa collocazione assume quei caratteri ricercati di visibilità ed al tempo stesso di facile ascolto, per far giungere alla città e agli uomini del nostro tempo, dinamico, meccanico e distratto, la voce dello spirito che anela all’infinito. Questo “albero fiorito” progettato con elementi metallici assume anch’esso un carattere di massima trasparenza e leggerezza ed esprime il segnale del nostro tempo.
L’accesso al Tempio-Cattedrale avviene per i fedeli dal lato sud, dall’ingresso principale dell’antico Tempio e da quello storico della Cattedrale, ma ora, per superare il dislivello dell’area archeologica all’aperto, riportato in corrispondenza dell’antico sagrato della chiesa, viene progettata una passerella in acciaio e cristallo (nel rispetto delle normative relative alle barriere architettoniche), che consente dall’alto, la fruizione dei sottostanti reperti. Particolare attenzione è stata posta nella progettazione dei percorsi tutti accessibili da portatori di handicap.

Esito: Progetto I classificato
Anno: 2003
Località: Napoli
Descrizione: Concorso internazionale di progettazione per
il restauro del Tempio/Duomo del Rione Terra di Pozzuoli
Ente Banditore: Regione Campania
 
PROGETTO ARCHITETTONICO
Capogruppo: Marco Dezzi Bardeschi
Architetti: Gnosis Architettura, Renato De Fusco, Alessandro Castagnaro, Laura Gioeni, Marzia Dezzi Bardeschi
 
PROGETTO STRUTTURALE
Ingegneri: Giampiero Martuscelli
 
IMPIANTI
Ingeneri: Domenico Trisciuoglio, Fulvio Capuano
 
CONSULENTI:
Architetti: Alessandra Angeloni, Mario Bencivenni, Giovanni Coppola, Sabino Giovannoni, Giorgio Picconato, Ferdinando Zaccheo
Altri: Monsignor Ugo Grazioso, Dott. Furio Sacchi