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Cerchiamo di capire perché questa città uccide i propri sogni.

Napoli aveva sognato di avere un sistema tranviario moderno, in linea con quello delle capitali europee. Un sistema che teneva separato il traffico su ferro da quello su gomma. Un sistema pensato per integrare il progetto trasportistico con quello di riqualificazione urbana. Avevamo trovato anche le risorse finanziarie europee. Da questo sogno ci siamo risvegliati nella realtà di una semplice ripavimentazione di via Marina che è durata, tra l’altro, quanto impiegano in Cina per costruire un’autostrada.

Ma procediamo con ordine. Nel 1997 la città si dota di un ottimo piano Comunale dei trasporti capace di integrare tutti i sistemi di trasporto pubblico in un sistema organico e moderno. Questo piano,  redatto dall’allora assessore Marone e dal dirigente architetto Elena Camerlingo con la consulenza tra le altre di Ennio Cascetta e Agostino Nuzzolo, affrontava il progetto di via Marina in un modo totalmente nuovo. Non era redatto cercando di assecondare le semplici esigenze di trasporto pubblico ma si poneva l’obiettivo di integrare queste esigenze con quello di recupero urbano. Tutto ciò era in linea con quanto di più avanzato veniva fatto nelle principali capitali europee. Significava immaginare una viabilità e un trasporto pubblico dal volto umano, pensati per soddisfare le esigenze di mobilità pubblica e di riqualificazione delle parti di città interessate dalla nuova viabilità.  Per via Marina il progetto prevedeva la separazione della viabilità su ferro da quella pubblica su gomma. Questo avrebbe consentito di avere tram veloci ma integrati con il tessuto urbano e non le attuali trincee che ospitano tram ed autobus assieme, trincee che costituiscono delle vere e proprie barriere. I tram invece si dovevano muovere a velocità contenute sui marciapiedi assieme ai pedoni. Inoltre il piano prevedeva di abbassare il piano stradale in corrispondenza di piazza Mercato restituendo finalmente questo pezzo di città alla collettività. Venivano anche “liberati”, per restituirli alla pubblica fruizione, i resti della murazione aragonese che includono il vado del Carmine. Come è noto il tratto di mura è attualmente un triste spartitraffico usato dagli homeless come campeggio all’aperto. Nel progetto anche la chiesa di SantaMaria di porto Salvo perdeva la funzione di rotonda circolatoria e veniva integrata nel tessuto urbano complessivo. Insomma un progetto moderno e di qualità che i tecnici comunali sviluppano con professionisti, eterni selezionati con un concorso pubblico. Vincono infatti la gara di progettazione un articolato gruppo di società di ingegneria guidate dalla Sistra che si avvale della consulenza architettonica degli architetti napoletani Bruno discepolo e Alessandra Fasanaro. Nel giro di pochi mesi viene prodotto il progetto preliminare, definitivo ed esecutivo. Un lavoro complesso che coinvolge decine di tecnici comunali redatto con la consulenza tra gli altri anche di Giancarlo Alisio e che raccoglie per ogni passaggio tutte le autorizzazioni di legge. Decine di conferenze dei servizi recepiscono il parere di tutti gli enti e le entità coinvolte sin’anche quello dei benzinai presenti nel tratto interessato. Tutto l’iter riesce a chiudersi positivamente consentendo di bandire la gara per l’affidamento dei lavori entro il 2008. Questo permette al Comune non perde i finanziamenti europei per i PIT e per la città diventa concreto realizzare almeno uno dei sogni della collettività. Partono i lavori che dovevano chiudersi in circa due anni. Con un complesso lavoro di programmazione, realizzato di concerto con l’ufficio giardini del Comune, vengono rimosse, per poi essere ricollocate, le grandi palme di fronte a piazza mercato. Ma dopo pochi mesi tutto rallenta e diviene nebuloso. Pare che la “politica”, assieme alla dirigenza della ANM, ritenga il progetto troppo coraggioso e decide che tram e pedoni non possono convivere sui marciapiedi. Viene così chiesta ai progettisti una variante che riporta i tram al centro della sede stradale assieme agli autobus. Si infrange così il primo dei sogni: non più i tram come nel resto d’Europa ma almeno il nuovo tracciato libera piazza Mercato dall’isolamento costituito dal sistema viario. Eppure ancora un nuovo mistero stravolge il progetto. Sempre gli stessi decidono infatti che è necessaria una nuova variante e sostituire due volte il responsabile del procedimento. Vengono attributi dal governo poteri speciali al sindaco quale commissario delegato per l’emergenza traffico e viabilità che sceglie, assieme al direttore Massa, di semplificare ancora il progetto riducendolo a semplice sistemazione dei marciapiedi e del manto stradale. Operazione tra l’altro che tra ricorsi e contenziosi dura quanto in Cina impiegano per costruire un’autostrada.  Il sogno si è completamente infranto restituendoci una realtà di ordinario squallore. Non è possibile allo stato capire altro. Un lavoro enorme, un dispendio di risorse economiche e professionali di proporzioni significative avevano prodotto un progetto di livello europeo capace di riqualificare un pezzo di città. Quanto poi è stato effettivamente prodotto è sotto gli occhi di tutti. Allora è necessario porsi delle domande, o meglio: forse è necessario cominciare a porre domande dirette a qualcuno, fra politici e tecnici, capace di spiegare cosa è accaduto.

Domande in attesa di risposta:

  • Se è vero che il progetto definitivo ed esecutivo per la sistemazione di via Marina è stato affidato a tecnici esterni all’amministrazione comunale, quanto è costato?
  • Visto che allo stato attuale il progetto originario non è stato realizzato neanche in parte, il denaro pubblico utilizzato per pagarlo è andato perso?
  • E’ vero che abbiamo perso i finanziamenti europei e che i lavori realizzati saranno pagati con risorse dirette del comune di Napoli?
  • Per quale motivo non si è utilizzato il progetto originario?
  • Se il progetto originario non era realizzabile perché non è fermato prima l’iter giungendo sino all’approvazione da parte di tutti gli enti dell’esecutivo?
  • Perché si è optato  per la  realizzare una semplice ripavimentazione?
  • Che fine hanno fatto le palme rimosse nella prima fase del cantiere?
  • È vero che il lavoro di semplice ripavimentazione è costato molto meno di quello previsto originariamente e che in ragione di ciò l’impresa appaltatrice può vantare rilevanti mancati utili?

 

Autore: Francesco Felice Buonfantino
10 Ottobre 2009 - Correre del Mezzogiorno - Napoli